La pena di morte

Pubblicato: giugno 11, 2008 in Blog
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La vita: un valore relativo o assoluto? È questo il fulcro di grandi discussioni nei paesi dove, ogni giorno, una persona viene condannata a morte.

Questa pena, detta anche pena capitale, è l’annientamento fisico del condannato. In trentotto Stati dell’America è presente per gravi crimini come l’omicidio o l’alto tradimento della patria in tre principali modalità: l’iniezione letale, la camera a gas e la sedia elettrica.

In Medioriente sono usate anche l’impiccagione e la decapitazione. In Cina, non c’è bisogno di aver compiuto gravi crimini per essere condannati a morte, inoltre in questo paese, è utilizzata un’altra modalità di punizione: la fucilazione. Dopo aver ucciso il reo, lo Stato cinese manda alla sua famiglia l’addebito del costo della pallottola.

In Arizzona, l’accusato deve dimostrare entro ventuno giorni la sua innocenza, scaduto il tempo, viene condannato a morte. Ricordiamo che Cesare Beccarla, due secoli e messo fa sosteneva che non dovesse essere l’accusato a discolparsi, ma l’accusa dovesse dimostrare la sua colpevolezza. Può tutto questo definirsi giustizia? Può forse, rendere la gente più sicura? No, può solo creare un clima di terrore e tensione.

Degli studi affermano che nei paesi in cui è presente la pena di morte, il tasso di criminalità è maggiore rispetto agli Stati che adottano il sistema carcerario. Come può dunque una persona, giustificare la tesi della reiterazione? Se il problema fosse la paura che l’omicida commetta nuovamente il reato, dopo la sua esecuzione, i crimini dovrebbero diminuire, ma non è così.

In secondo luogo, chi ha dato all’uomo, ateo o credente, il diritto di tenere in mano i fili delle vite degli altri, come fossero dei burattini? Come se lo Stato giocasse a fare Dio? Siamo forse superiori a chi supponiamo, abbia commesso un omicidio, a tal punto, da giudicarlo e privarlo della vita? Per vivere in una società fondata su regole, abbiamo il bisogno, di giudicare chi le infrange, per una pacifica convivenza. Ma non ne abbiamo alcuno, di togliere la vita a un possibile colpevole, ritenendo che il fatto che lui abbia privato di un bene prezioso, come la vita, un’ altra persona, sia sbagliato, e l’unico modo per far capire alla società che è un crimine contro un diritto fondamentale, è macchiarsi dello stesso, nei suoi confronti. Ora si può capire il morivo per cui la pena capitale attira un tasso più elevato di criminalità: perché questo è l’esempio che diamo ai nostri cittadini.

Oltre tutto, se lo Stato sbaglia a giudicare la “vittima”, andiamo sulla sua tomba , a fargli tanto di scuse? Neanche quelle, perché lo Stato non può farsi vedere debole e non può ammettere che il suo sistema abbia sbagliato.

Nel sistema carcerario invece, c’è sempre una possibilità di redenzione, da parte del reo e una di rimediare da parte dello Stato, agli anni di libertà sottratti ingiustamente, a malo modo, ovvero mediante un risarcimento in denaro, ma non avendo commesso uno sbaglio ancor più grande, da cui non c’è ritorno.

L’ unica arringa dunque rimasta a chi sostiene la pena di morte, è il concetto che una persona in carcere come un mafioso, può essere ancora pericoloso alla società, per i contatti che può avere con l’esterno. La soluzione? È molto più tecnica che etica, escludendo la pena di morte. C’è bisogno di carceri, fatte apposta per crimini di stampo mafioso di qualsiasi tipo, in cui i detenuti, definiti pericolosi, vengono tenuti in isolamento per la durata della pena, e i carcerieri, dovrebbero essere le persone meno corruttibili su questa terra; i parenti delle vittime delle organizzazioni criminali.

Nel mondo non esiste una soluzione giusta in tutto e per tutto, ma almeno tentiamo di cercarla. Un passo importante da fare per avere una giustizia che sia degna di questo nome è l’abolizione della pena di morte.

commenti
  1. ary scrive:

    concordo…..in parte….

  2. Seid Visin scrive:

    amico, sei un grandee🙂 per favore una delle tue posso repparla pubilcando su youtube? perfevoree

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